Una nuova realtà: intervista con Gabriele Rossi

2017-07-07

"Ogni paesaggio è una scatola aperta per i ricordi," afferma il fotografo Gabriele Rossi. È iniziato tutto grazie ai due anni trascorsi a studiare fotografia a Roma. Gabriele ha sempre sentito un forte desiderio di catturrare le diverse forme di realtà che lo circondavano, ed ecco perchè ciascuno dei suoi paesaggi è un pezzo d'arte unico. Qui Gabriele condivide con noi alcuni dei suoi più cari ricordi d'infanzia e in che modo questi lo hanno condizionato come artista.

Ciao Gabriele, siamo contenti di ospitarti sul nostro magazine! Quando hai realizzato che volevi perseguire la strada della fotografia? Che cosa ti ha fatto innamorare di quest'arte?

Dopo aver finito il liceo ho provato la strada dell'università e ho cominciato a studiare Scienze della Comunicazione, ma le idee di un ragazzo di 18 anni erano alquanto confuse. Mentre fissavo la lavagna, le lezioni e gli esami mi sembravano troppo noiosi. Ho iniziato perciò un percorso personale più vicino a ciò che ho sempre considerato importante e mi fa sempre sentire vivo: musica, cinema, letteratura, arte.

Il mio interesse verso la fotografia si è sviluppato molto lentamente, probabilmente perchè avevo bisogno di costruire un solido background; l'ho scoperta per caso, mentre cercavo di capire il funzionamento di una vecchia fotocamera di mio padre. Non mi piace parlare di amore a prima vista perche per me, persino oggi, la fotografia nasconde qualcosa di irrisolto, qualcosa che dobbiamo inquadrare sotto forma di domande.

Come sono stati i tuoi primi passi nel mondo della fotografia? Che cosa ti ha incoraggiato a condividere la tua visione del mondo in questo modo?

Come accennato, i miei inizi fotografici sono capitati per caso, non molto tempo dopo aver tenuto in mano una fotocamera per la prima volta. Ho cominciato un corso di fotografia di due anni a Roma. Mi ricordo i compagni di classe: tutti volevano sapere "come-diventare-un-fotografo-in-due-anni", mentre io ero ancora titubante nel seguire le lezioni. Poi mi sono trasferito a Milano e qui ho trovato un bel luogo dove migliorare le mie conoscenze e anche frequentare un Master in fotografia e visual design.

Invece che spiegare ciò che mi ha incoraggiato (onestamente non ricordo), per me è più facile parlare del presente. Non penso che la fotografia sia connessa con la pratica post-moderna della condivisione con gli altri; tutti noi che facciamo fotografia abbiamo una visione del mondo reale molto soggettiva. Credo che oggi la fotografia stia vivendo un momento di crisi perchè, spesso, gli autori sentono il bisogno di dimostrare che questo mezzo debba passare attraverso nuove strutture e modelli per avvicinarsi di più all'arte contemporanea: è una dichiarazione di fallimento.

Mi sembra di capire che da bambino andavi spesso in montagna con i tuoi genitori. Quali sono alcuni dei tuoi ricordi più cari dell'infanzia?

Quando non si va in montagna, si va al mare! Di sicuro mi ricordo le estati trascorse al mare in Terracina, la città natale di mio padre. Ancora mi ricordo di quando mia zia Rossella portava me e i miei cugini al mare con la macchina: per raggiungere la spiaggia dovevamo fare una discesa che terminava con un piccolo dosso e ci faceva saltare sui sedili. Siamo tutti ancora vivi.

Queste esperienze ti hanno formato anche come artista visto che oggi realizzi magnifici ritratti panoramici?

L'atto di condividere i ricordi lo spiegherei attraverso l'origine della parola 'paesaggio' (Pak), di radice indo-europea. Pak significa fissare, legare - termini molto vicini alla raffigurazione; da questa radice è stata creata le parole latine 'pax' (pace) e pagus (piantare), da cui la parola “paesaggio”.

Dunque, in base a questi studi, ciascun paesaggio è una scatola aperta dei ricordi: possiamo essere in un luogo che amiamo e avvertire una sensazione di pace poichè si generano ricordi legati alla prima volta che l'abbiamo visitato.

Puoi dirci qualcosa sul processo creativo dietro i tuoi lavori? Cosa accende la tua ispirazione?

Fin da quando ho iniziato a scattare fotografie – persino non a livello professionale – ho sentito la necessità di catturare le diverse forme di realtà che mi circondano. Raccogliere immagini attraverso i miei progetti è un modo per creare un archivio più grande; questo approccio mi spinge a investigare, fare domande e migliorare il mio processo. Fotografo solo per fare esperienza della tensione che esiste tra me e l'oggetto.

L'atto in sè di scattare foto non è mai predeterminato: metto in discussione il mio approccio e alla fine il risultato finale è quello che cercavo. Gli argomenti che mi interessano sono l'architettura e il paesaggio. Nello specifico, cerco di comprendere in che modo gli esseri umani siano affetti da questi elementi e viceversa.

La realtà è una questione complessa e multi-strato, e ciò mi ha sempre affascinato. A volte mi domando: la realtà è ciò di cui facciamo esperienza nella vita di tutti i giorni? In che modo il nostro immaginario è stato plasmato dalla sua architettura? C'è una connessione tra questi due elementi?

Cos'è che ti spinge a continuare a creare fotografie?

Quando lavoro su un nuovo progetto, faccio un sacco di ricerca all'inizio. Nella maggior parte dei casi, le mie foto sono ispirate dai libri e i saggi che leggo e dalla fotografia di archivio. Come già ho accennato prima, non lavoro per raggiungere un risultato predeterminato.

Hai scattato immagini magnifiche di Monte Inferno, un piccolo paesino in centro Italia. Perchè hai scelto proprio questo luogo?

La maggior parte dei miei lavori fotografici sono stati realizzati non lontano dalla mia città natale, Latina. Il metodo narrativo che utilizzo è per capitoli; in precedenza ho lavorato sulla costa, poi in città, e poi di nuovo in una comunità indiana di religione Sikh che vive in un paese non lontano dal mare. Ho sempre immaginato di creare un grande archivio diviso per temi, dove ciascun capitolo potrebbe funzionare singolarmente o essere mescolato per raccontare una storia a più strati di questa parte di Italia.

Monte Inferno è l'ultimo e nuovo capitolo. Tutto è iniziato da una notizia di cronaca che mi ha dato la possibilità di creare un link tra i fatti e la mia interpretazione della realtà, o piuttosto, mi ha lasciato investigare la vita di un luogo dove per anni la Camorra è stata coinvolta in traffici illegali di rifiuti tossici e si è macchiata dell'omicidio di un prete che aveva scoperto il tutto.

Dunque, Monte Inferno è un grande archivio di un preciso momento storico, basato sulla condivisione di quattro anni con gli abitanti di Borgo Montello, passati a documentare la loro vita e i loro luoghi, cercando di non rappresentarli in situazioni drammatiche.

Quali sono i tuoi programmi futuri lavorativi?

Ho qualche idea in sospeso per nuovi progetti. Sicuramente c'è sempre la volontà di documentare la zona vicino alla mia città natale. Il mio scopo è di produrre un archivio fotografico della mia generazione.


Tutte le immagini in questo articolo sono state utilizzate con l'autorizzazione di Gabriele Rossi. Per vedere altri suoi lavori, visita il suo sito.

Scritto da Ivana Džamić il 2017-07-07 in #persone

Ti piace quello che vedi? Clicca qui per leggere più articoli sulla nostra pagina Happy Holidays. Qui puoi inoltre partecipare alla competizione per vincere un Cofanetto Lomography, divertirti con il nostro quiz e trovare tutte le promozioni quotidiane!

Altri Articoli Interessanti