La bellezza ritrovata: il progetto di Charley Fazio

2017-12-19

La Bellezza Ritrovata è un toccante progetto fotografico di Charley Fazio che l'ha portato a Kilis, città turca al confine siriano. Qui, ha voluto immortalare la bellezza che si nasconde, anche nelle condizioni più terribili, nell'animo umano. Per questo progetto ha coinvolto in prima persona anche i bambini della città, ai quali ha chiesto di immortalare la loro idea di bellezza con la Lomo'Instant Wide.
Il toccante esito di questo progetto si è concretizzato in una mostra itinerante in varie città italiane.

Abbiamo scambiato un paio di chiacchiere con Charley, che ci racconta come è nata e sviluppata questa importante iniziativa.

Ciao Charley e benvenuto su Lomography. Potresti raccontarci come ti sei avvicinato alla fotografia, e in particolare a questo genere di fotografia?

Probabilmente ho ricevuto un imprinting da mio padre che da piccolo amava fotografare me e i miei fratelli e i paesaggi. Molto probabilmente, inconsciamente, il suo hobby, la fotografia, è entrato dentro di me senza che me ne accorgessi.
In seguito ho fatto il geologo, mestiere che ho svolto per dieci anni, ma successivamente le cose nella mia vita hanno preso una piega diversa che mi hanno indotto a lasciare il mio mestiere per scegliere la fotografia, non perché avessi le idee chiare in tal senso, ma perchè mi sono lasciato in qualche modo condurre dalla vita verso la fotografia stessa.

Cosa ti ha spinto a fare reportage sulle situazioni migratorie e sulle conseguenze delle guerre?

In un certo momento della mia vita, da fotografo, e dopo avere ritratto situazioni diverse come paesaggi, teatro o anche matrimoni, ho sentito l’esigenza di avvicinarmi all’uomo, ai problemi dell’uomo nei vari contesti in cui vive: un po’ quindi come miscelare quello che avevo già fatto in precedenza ma stavolta farlo in situazioni problematiche, critiche, in cui la mia opera poteva in qualche modo essere utile.

Fondamentalmente è nata l’esigenza in me di mettere la fotografia al servizio di qualcosa, di cause umanitarie, rivolgendomi soprattutto a chi ne ha più bisogno: donne e bambini.

Quale è stata la motivazione che ti ha portato a realizzare il progetto La bellezza ritrovata? Come è nata l’idea di dare in mano ai bambini una fotocamera istantanea?

La Bellezza Ritrovata è un progetto nato dalla mia esperienza sul campo. Quello che faccio, che farò e che voglio fare è legato alla realizzazione di progetti che possano mettere a frutto la mia fotografia, mettendola al servizio del pubblico, di coloro che non conoscono molti dei temi attuali. L’idea di consegnare la fotocamera istantanea ai bambini è nata spontaneamente. Mi sono infatti chiesto: Come posso far conoscere il mio mestiere a bambini che non hanno idea di cosa sia la
fotografia?

Perché si tratta spesso di bambini nati lì, al confine turco-siriano, che non hanno nulla a disposizione, e quelli che sono arrivati già più grandi hanno perso tutto, probabilmente non ricordando o non sapendo neanche cosa sia una fotocamera. L’idea della fotografia istantanea ovviamente raccoglieva in sé entrambe le forme e le caratteristiche della fotografia: ovvero lo scatto e la stampa. In più l’idea di avere chiesto di scattare una foto a ciò che per loro era bello era intimamente connessa a ciò che è poi diventato l'obiettivo della mostra: capire cosa da loro sia ritenuto bello nonostante le condizioni in cui essi vivono. Sono bambini che vivono in un contesto urbano, ma particolarmente degradato e asettico, privo di spunti, privo di qualunque bellezza. Volevo davvero capire cosa vedessero loro, cosa fosse ritenuto bello per loro, nonostante queste condizioni.

Qual è la stata la reazione dei bambini nel vedere la stampa della foto scattata?

È stata una reazione di stupore per i bambini. La foto inizialmente appare bianca, quindi il primo stupore era dovuto al fatto che venisse fuori un foglietto di carta, come se
la macchina fotografica fosse una scatola magica. Poi si aggiunse la sorpresa di vedere materializzarsi una fotografia, un’immagine reale su quel pezzo di carta bianca e lì erano ancora più meravigliati. C’era chi reagiva restando senza parole, chi diceva qualcosa nella loro lingua, l’arabo, che ovviamente io non capivo, ma era abbastanza eloquente. Poi c’era chi chiamava gli altri bambini per mostrare loro le foto e, nel momento in cui capivano cosa stesse succedendo, tutti volevano scattare una fotografia. Ovviamente non potevo chiedere a tutti di fotografare la bellezza, quindi li ho lasciati liberi di scattare ciò che più piaceva loro, che alla fine si risolveva in un ritratto o in un selfie o nella foto dell’amico, foto di persone e quindi la persona come centro dell’attenzione.

Nel libro che mostra il lavoro svolto ne La Bellezza Ritrovata dici: "Ma dove siamo finiti? Ho vergogna di me e della mia vita, questo è un punto zero da cui si stenta a ripartire, un punto che non passa mai in positivo.” Alla luce di questo stato d’animo, come si riesce a svegliarsi ogni giorno senza farsi sopraffare dai sensi di colpa?

I sensi di colpa ci sono sempre, ma sono alleviati dal fatto di sapere che conto sempre di tornare lì. Non ho abbandonato quei bambini, quindi il senso di colpa è più un senso di colpa morale, generico, globale che mi assale, nel senso che non è mio soltanto, ma mi faccio carico un po’ di quello che l’umanità non sta facendo per questa gente. In qualche modo io cerco di fare qualcosa, tanto che insieme ad altri amici ho fondato la nostra associazione che si chiama “Joy for children” e i ricavati del catalogo, dell’eventuale vendita delle istantanee dei bambini (in mostra insieme alle mie foto) e di un profumo ambientale che è stato creato appositamente per questa causa, andranno direttamente a loro per le iniziative a cui stiamo pensando, tra le quali un centro di formazione per ragazzi al confine.

Continuando sull’argomento, penso al fotografo Sebastiao Salgado che per sua stessa ammissione ha dichiarato di aver faticato ad accettare di tornare a vivere dopo l’esperienza in Ruanda. Come ci sente una volta tornati a casa, in un mondo privilegiato rispetto a quello di questi bambini, è difficile ripartire?

Ci si sente stupidi, perché si pensa a quanto possiamo essere legati spesso alle cose materiali, ai tanti “capricci” che a volte facciamo per sciocchezze, quando c’è gente che è lì, che vive in una condizione in cui non si può permettere nulla.
Quello è un mondo che di privilegi non ne ha. Al rientro i primi giorni sono duri, sono veramente duri da vivere, perché la testa è sempre a quei bambini, si pensa sempre a cosa si è lasciato. Quei bambini sono ormai dentro il mio cuore perché sono già stato più di tre, quattro volte e ormai in qualche modo tornare lì è come tornare a trovare dei parenti. Rientrare a casa è sempre difficile sapendo di lasciarli in quelle condizioni che persistono ormai da anni.

La rapidità con cui oggi si diffondono immagini e notizie sulle tragedie come quella siriana ha portato un'esposizione costante della tragedia nella quotidianità degli occidentali. Non credi che ciò ci abbia un po’ abituato alle tragedie e quindi reso meno sensibili?

Sicuramente ci siamo abituati alle tragedie nel senso che oggi è un continuo susseguirsi di notizie, di sensazionalismi e spesso poi le notizie importanti rimangono inosservate, ci impressionano per un giorno e poi ci si dimentica di nuovo. Per questo penso che gli obiettivi vanno perseguiti, nel senso che se ci si impegna a fare qualcosa per qualcuno, come nel mio caso per questi bambini, bisogna farlo sempre, non fermarsi ad una singola iniziativa, come può essere quella della mostra. L’idea di avere fondato l’associazione “Joy for Children” per me è un modo per rimanere impegnato per sempre a favore di questi bambini, così come di altri bambini che vivono in situazioni di sofferenza nel mondo, non solo i bambini rifugiati siriani.

Quanto invece credi che questa abitudine all'orrore ci abbia disabituato alla bellezza?

Non penso che l’abitudine all'orrore ci abbia disabituati alla bellezza, anzi penso che l’abitudine a questo orrore debba in qualche modo sensibilizzarci ancora di più alla bellezza. È come quando dopo mesi di maltempo spunta una giornata di sole e quel sole a quel punto per noi è vita. Alla stessa maniera se siamo abituati a questo orrore, nel momento in cui la bellezza viene fuori o c’è un briciolo di bellezza all'interno dell’orrore la notiamo ancora di più ed è quello che ho cercato di fare lì, in mezzo a questi bambini. Anche se non c’è l’orrore della guerra, l’orrore della guerra lo portano dentro, lo portano gli sguardi, gli sguardi dei grandi, soprattutto delle persone mature, dei genitori che sono particolarmente disillusi, sono particolarmente stanchi, sono mesti nelle loro espressioni e così anche i bambini, perché i genitori non riescono ad infondere una felicità che dentro di loro non c’è. Tuttavia i bambini sono di per sé esseri puri e belli per cui, nonostante la vita che vivono lì e il luogo in cui vivono, riescono a conservare quel barlume di bellezza, anche se velato da un po’ di mestizia ed è quello che dobbiamo cogliere, tirarlo e portarlo fuori.

Alla luce di questo, quanto è importante oggi riportare umanità, senso di comunità e compassione attraverso lavori come il tuo, che cercano di stabilire una connessione emotiva, al posto di cercarle attraverso lo stupore e lo spavento di un bombardamento trasmesso al telegiornale?

L’ultima domanda mi piace molto perché rispondo alla luce dei fatti vissuti in prima persona durante la prima della mostra.
Le realtà disastrose disseminate sul pianeta sono da sempre al centro degli obiettivi dei fotografi e sono davvero tanti i lavori anche di grandi professionisti che hanno portato alla luce situazioni drammatiche evidenziandone gli aspetti più crudi. Tuttavia, al di là del pregio tecnico ed estetico delle immagini, non ho mai amato questo genere di provocazione. La foto di una distesa desertica colpisce maggiormente se in un angolo si nota un germoglio verde. In questo modo la sensibilità di chi osserva è più stimolata. Non metti in luce solo il disastro ambientale ma la possibilità di resistere, la forza della natura contro il pericolo di essere distrutta. La stessa forza che cerco di cogliere sempre nei miei scatti e che ho voluto mettere in evidenza con questo progetto.

Il mondo è pieno di disastri, pieno di angoscia, ma si stabilisce una connessione più forte tra le mie foto e il pubblico se riesco a mostrare la speranza e il desiderio di esserci
comunque. Ho visto con quanta commozione, profonda e sincera, i visitatori della mia mostra osservano i ritratti dei bambini di Kilis. Quei fanciulli sono la prova vivente che anche in mezzo al deserto può nascere un fiore. Ed è quella voglia delicata di esserci ad ogni costo che muove gli animi. In fondo ci si riconosce in quegli sguardi, in quei sorrisi, per quanto velati di tristezza, ci si ritrova con le proprie piccole o grandi inquietudini.


Per maggiori informazioni su questo progetto e sulle prossime date della mostra potete visitare il sito www.labellezzaritrovata.it e la pagina Facebook dedicata. Per maggiori informazioni sui lavori di Charley rimandiamo al suo sito Internet.

Scritto da lomosmarti il 2017-12-19 in #persone

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