Voce di cambiamento nelle parole di Annalisa Natali

Per celebrare il Mese Internazionale della Donna, abbiamo scelto di intervistare le fotografe dal talento unico. Annalisa Natali è una documentarista freelance che si ispira principalmente alle questioni sociali e alle loro conseguenze psicologiche.

© Annalisa Natali

Annalisa non amma molto le etichette. Si definisce documentarista, ma vuole star lontana dalle "definizioni" classiche. Infatti preferisce descriversi come una donna che racconta delle storie attraverso il linguaggio visivo, questu'ultimo, apre a molte sfumature ed è molto più inclusivo di un singolo termine. Lei ha studiato architettuta e fa parte della CAPTA images un collettivo di fotografi internazionali. La fotografia è entrata a far parte della sua vita attraverso un percorso silente, dalla sua infanzia fino alla maturità e consapevolezza di quello che avrebbe potuto fare con una fotocamera in mano prima e dopo quella documentaristica con convinzione ed interesse.

Su lomography internazionale si racconta con questa parole:

Sono sa sempre interessata alla fotografia, ma per molto tempo pensavo che questa fosse legata ad un unico fine, ovvero quello di congelare i ricordi, per riempire gli album o per incorniciarli al muro. Mi ci sono voluti alcuni anni per capire che la "fotografia" non era solo legata ai tuoi ricordi, ma piuttosto era uno strumento narrativo sfaccettato e affascinante, qualcosa che ti permetteva di raccontare

Il suo essere documentarista nasce dall'esigenza di voler raccontare storie, quelle profonde, sublimi, e senza voce. Quei racconti che desiderano essere raccontati. Annalisa ha sempre prediletto progetti dal forte aspetto psicologico ed emotivo, non dare mai nulla per scontato e catturare le sfaccetature.

© Annalisa Natali

Annalisa, così la storia della fotografia femminile ci insegna, è stata ispirata dalle grandi opere di fotografi documentaristici - tutti uomoni- come Pellegrin, Koudelka, Majoli, Peress, etc.. Loro hanno avuto una forte influenza nei suoi primi scatti in bianco e nero. E purtroppo ad oggi non è un segreto che questo è un mondo prettamente maschile e dal quale il gentil sesso cerca di far capolino lottando contro quelle che sono le disguaglianze di genere. Lei stessa ha vissuto sulla sua pelle una forma di discriminazione, esattamente quando

Un giorno, mentre parlavo con un collega, un caro amico e un ottimo fotografo, mi disse "scatti come un uomo!".

Una frase che colpisce. E' secca e chiara. Un'affermazione innocua dell'amico che si trasforma in un chiaro e abbagliante quadro di come il mondo della fotografia documentaria sia guidato dagli uomini e di come noi tutti osserviamo principalmente il mondo attraverso lo sguardo degli uomini.

La stessa Annalisa evidenzia come la rivalza della fotografia documentaristica femminile è stata portata avanti da movimenti femministi che hanno evidenziato questo gap di genere. Purtroppo ad oggi ci sono molti concorsi dedicati solo alle donne, e non solo non è abbastana, ma in fondo si trasformano in gare controproducenti: perchè essere giudicati in modi e concorsi diversi? Scattiamo tutti nello stesso modo o no?

Ad oggi le generazioni di giovani fotografe possono sentirsi più libere di esprimersi e trovare nuovi modi di sperimentazione visiva.

© Annalisa Natali
È stata forse la prima volta che ho capito il mio forte interesse per le questioni legate alla memoria, per cose che non sono direttamente e visivamente descrittive, ma che appartengono più alla sfera delle percezioni soggettive. Da allora, il mio lavoro ha iniziato a ispirarsi principalmente alle questioni sociali e alle loro conseguenze psicologiche

E' stato chiesto qual è il suo lavoro documentaristico più significativo. Per lei è difficile rispondere, tutti i suoi lavori sono frutto di un indagine profonda, quasi viscerale, per quelle situazioni invisibili e chhe non possono essere descritte.
Ci parla così del suo progetto "Then The Sky Crashed Down Upon Us", il lavoro che ha svolto nel 2014 in Bangladesh durante l'anniversario del crollo di Rana Plaza.

lo descrive con queste parole:

Il mio intento era quello di documentare il trauma psicologico dei sopravvissuti, di raccontare le ferite, invisibili. Ero consapevole del fatto che non volevo ridurre tutto ad una serie di ritratti, ma volevo andare oltre,volevo provare a mostrare ciò che non poteva essere visto (e che quindi non poteva essere fotografato direttamente). Credo sia stata la prima volta che ho capito il interesse verso le problematiche legate all'anamo, verso quelle che non possono essere descritte visivamente ma che appartengono alla sfera delle percezioni soggettive. Da quel momento il mio lavoro si è principalmente ispirato alle questioni sociali e alle loro conseguenze psicologiche, con un interesse sempre crescente per gli effetti nella storia e nella memoria collettiva nel determinare un'identità individuale e comunitaria nonché la loro influenza nell'origine di molti domande contemporanee. Così come la consapevolezza si evolve anche il mio linguaggio fotografico sta cambiando, passando da un approccio tendenzialmente tradizionale a uno più "documentaristico" e personale. E e continua a cambiare ... e una cosa adoro.
© Annalisa Natali

Alla domanda " Quale messaggio vuoi lasciare alle future donne fotografe di domani", Annalisa invita a proseguire il suo percorso ma che quest'ultimo non dev'essere dettato dalla tecniche - che tutti posso imparare - e di allontanarsi dalle tendenze che sono sempre passeggere, per coltivare invece il proprio percorso, la propria indole e natura. Di essere sempre curiosi, appassionati e di non scendere mai a compromessi.

Grazie Annalisa, è stato un piacere conoscerti e sentire raccontare di te. La nostra community sarà entusiasta di leggere le tue parole. Per scoprire altri progetti sociali documentaristici, andate a visitare il suo website oppure seguitela su Instagram.

Scritto da macilomo il 2020-03-25 in

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