Lomografe On the Rise: Silvia Laddaga

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"Woman Lomographer On the Rise" è la celebrazione delle donne della nostra Community che, grazie alla loro creatività e unicità ci ispirano ogni giorno a seguire le nostre passioni. Leggi l'intervista a Silvia Laddaga aka laddy_s e guarda questa serie unica scattata con una pellicola Color Negative 400 120 mm scaduta.

© Silvia Laddaga

Ciao Silvia, potresti fare una tua piccola presentazione ai lettori del nostro Online Magazine?

Ciao! Innanzitutto è un piacere per me essere qui a raccontarmi. Vivo nell’hinterland a sud di Milano, ho 34 anni e sono una psicologa quasi al termine della specializzazione in psicoterapia a orientamento gestaltico; oltre all’attività privata in studio mi occupo di disabilità all’interno di vari servizi nel milanese e ho sempre mille idee e progetti nel cassetto.

Sono una soccorritrice volontaria di Croce Rossa da tanti anni. Beh, devo dire che ho veramente tanti interessi, fondamentalmente sono una persona la cui vita è alimentata da una linfa creativa che deve stare sempre in circolazione: quando non posso esprimere il mio potenziale creativo ne soffro terribilmente! Mi lascio incuriosire dalla ricchezza del mondo attorno a me e godo nel cogliere la sfumatura estetica che si annida anche nelle più insospettabili e piccole cose. Amo tutto ciò che è immagine e rappresentazione grafica: illustrazione tradizionale e digitale, fotografia of course, ma anche design e architettura. Appena posso mi cimento in qualche progetto di DIY; chi mi conosce sa quanto mi entusiasmo ogni qual volta ci sia l’occasione di mettermi a trafficare, che sia lavorare a uncinetto, costruire un elemento d’arredo, realizzare un gioiello e così via. In particolare mi piace tantissimo il concetto di customizzazione, il personalizzare le cose, dando loro nuovo volto, o anche nuova vita, come nel caso di oggetti vecchi e dismessi. La maggior parte dei momenti della mia giornata ha un sottofondo musicale: sin da piccola ho sempre respirato musica e cavolo quanto mi piacerebbe riprendere a suonare la batteria! Nutro un amore davvero profondo per gli animali e la natura in ogni sua manifestazione…la connessione che sento è spesso fonte di ispirazione per me e i miei lavori.

Parlaci del tuo background fotografico. Qual è la tua storia? Quando hai iniziato a fotografare?

Il mondo delle immagini, come accennavo, è sempre stato per me affascinante e famigliare. Il disegno sin da bimba era la mia forma espressiva preferita, mi ci potevo perdere per ore…al ristorante bastavano una penna biro e un tovagliolo di carta ed io ero a posto per tutta la sera. Il disegno, oltre ad essere appagante in sé, costituiva sicuramente un’attività che mi permetteva di portare fuori e rappresentare visivamente il mio mondo interno, la mia fantasia e le mie emozioni; crescendo, la fotografia si è affiancata al disegno in questa funzione.

Mi ritengo fortunata ad essere nativa analogica: le mie prime esperienze fotografiche risalgono agli anni delle gite scolastiche e delle prime vacanzine con gli amici e lì il rullino era ancora protagonista.

Poi ci fu il passaggio al digitale, con i suoi pro e i suoi contro. Ricordo che fu durante una vacanza a Fuerteventura, quando avevo 20 anni, che sbocciò davvero la mia passione per la fotografia…sebbene armata di una semplice compattina, feci quello switch da fotografia come strumento ausiliario a fotografia come attività espressiva che trova già in sé stessa una sua finalità ben definita.

Così successivamente acquistai una Canon EOS 440D Digital e frequentai un breve corso per acquisire i rudimenti tecnici dell’arte fotografica. Divertendomi con la postproduzione scoprii pian piano gli stili che mi interessavano di più e la mia attenzione si focalizzò presto sull’estetica vintage che andava diffondendosi un po’ in tutti gli ambiti creativi e culturali. Iniziai a sentire un’attrazione sempre più forte per quel mondo di pellicole, otturatori e meccaniche, che mi attirava non soltanto dal punto di vista estetico, ma per una serie di peculiarità e implicazioni della modalità analogica che pian piano mi si facevano sempre più chiare e manifeste e che trovavo in grande sintonia con il mio modo di essere. Così, a partire dal nome dell’effetto Lomo con cui molti filtri photoshop erano etichettati e di cui non conoscevo il significato, finii per scoprire la realtà di Lomography, e da lì la mia riscoperta del mondo analogico decollò. Quanti giri in quel periodo al Lomography Gallery Store a Milano in via Mercato! Che peccato abbia poi chiuso.

© Silvia Laddaga

Insomma, era chiaro che lo stile analogico era quello che faceva per me. In contrasto con un mondo dominato dalle leggi della fretta e del temporaneo, la modalità analogica, ho riscontrato, presenta tutta una serie di caratteristiche che vanno a connettersi profondamente con tematiche importanti per l’individuo e la definizione del sé e della propria narrazione: valorizzazione della dimensione esperienziale, concretezza, tangibilità, limitatezza, immodificabilità, estetica vintage, sono nello specifico le peculiarità analogiche che ho individuato come significative rispetto a un’esperienza fotografica che diventa anche percorso di autoriflessione e autodefinizione, in un’epoca dove l’estrema fluidità ci fa sentire sete di cose magari imperfette ma palpitanti, magari più semplici ma portatrici di una storia e di valori. Con il tempo questi temi assunsero un’importanza tale per me da dedicarci la riflessione teorica e la ricerca sperimentale oggetto della mia tesi di laurea magistrale, intitolata “Analogico e digitale: un’esplorazione psicologica dell’esperienza fotografica come supporto al progetto identitario”. È fantastico come la fotografia si possa integrare nella mia professione, in un vortice di risvolti teorici e pratici che aprono tanti orizzonti.

Ti ricordi quando hai scattato la prima fotografia?

Grazie per questa domanda, mi ha dato l’occasione di andare a curiosare tra gli album e riscoprire vecchi scatti che ricordavo a malapena, scivolando in un attimo in lontane memorie, e facendomi anche due risate...in fondo il bello della fotografia, soprattutto stampata, è anche questo, no?

Non ho uno specifico scatto che identifico come primo della mia vita, anche se ci scommetto che negli anni in cui portavo ancora i codini e le calze col pizzo mi sarà capitato di appropriarmi della Polaroid dello zio durante il pranzo di Natale e provare il brivido di premere il pulsante…piuttosto posso dire che c’è un gruppo di foto che costituisce la mia prima esperienza fotografica significativa. Si tratta delle fotografie che scattai durante il viaggio di scambio culturale in Scozia cui partecipai con la mia classe durante la quinta elementare. Questi scatti sono per me significativi nella mia storia fotografica perché si tratta dei primi rullini che ho gestito in autonomia e della prima volta che utilizzavo la macchina fotografica in maniera più consapevole e orientata, orientata alla documentazione dell’esperienza che stavo facendo, dei luoghi che stavo esplorando, di ciò che colpiva la mia attenzione e dei momenti che ritenevo importanti da fermare nella memoria, e che avevo il desiderio di poter condividere con altri, in futuro.

È stato emozionante rivedere queste foto, e devo dire che sono rimasta colpita della composizione o delle scelte di alcune immagini, mentre per altre, bhe, mi sono divertita un sacco, tipo scorrendo cinque foto tutte uguali delle medesime inconsapevoli capre al pascolo. Insomma meraviglia e una tenerezza infinita. Una tenerezza anche osservando le foto fatte dai miei alla partenza in aeroporto e vedermi lì, una pertegona (sì ero mooolto più alta di tutti i miei compagni), con il suo zainone, la bandana gialla di riconoscimento e la sua fotocamera al collo, dentro alla custodia con appiccicate semplici letterine gialle e rosa a comporre il mio nome.

Ah, per la cronaca, la compattina, che mi ha poi accompagnata in tutte le successive avventure fino all’irruzione del digitale, era una Nikon AF230, e naturalmente, ce l’ho ancora.

© Silvia Laddaga

Hai una macchina fotografica a pellicola preferita?

Nel tempo ho accumulato tante macchine fotografiche analogiche, la cosa che più mi piace è che la stragrande maggioranza di esse possiede un valore affettivo: da quelle appartenute al nonno, a quelle donate da un caro amico, da quelle arrivate con ricorrenze importanti a quelle comprate insieme alla persona del cuore in un momento apparentemente ordinario ma che rimane impresso nella memoria (e magari anche in qualche scatto). Alcune le associo invece a viaggi o momenti particolari in cui le ho utilizzate magari per la prima volta, altre ancora attendono tuttora di essere testate, magari in attesa di ricevere qualche piccola modifica che le renda utilizzabili (penso ad esempio alla Polaroid Land Camera Colorpack 88 o ad una Ferrania Ibis34 che carica pellicole formato 127).

E in effetti la fotografia analogica in generale, per me personalmente, ha molto a che fare con un connotato affettivo e uno spessore che va oltre il solo atto di produrre immagini.

Se devo sceglierne una però, direi la Canon AT-1. Si tratta della macchina fotografica che ha sempre utilizzato mio papà e con cui sono state scattate la maggior parte delle foto dei nostri album di famiglia ed io me la ricordo come quasi una istituzione.

Dopo essermi riavvicinata alla pellicola tramite Diana e le prime macchinette più semplici, ricordo che mio papà la recuperò dall’armadietto in cui riposava dall’avvento del digitale e me la consegnò, con l’auspicio che ne potessi beneficiare per sperimentare e divertirmi. Wow, ora era mia…che emozione. Dopo poco presi confidenza con questa macchina, e ad oggi, grazie anche a un leggero ampliamento del mio parco ottiche, è quella che uso più spesso, poiché mi dà un buon mix tra qualità delle immagini, versatilità e comodità, per quelle che sono le mie esigenze amatoriali, naturalmente.

Quale attrezzatura fotografica porti sempre con te nei tuoi viaggi?

Oltre alle mie analogiche utilizzo anche la tecnologia digitale: possiedo una Sony Alpha 7 II, ma soprattutto nel quotidiano uso anche molto il cellulare…non disdegno nulla! Ogni strumento è buono per catturare quello che mi colpisce e creare l’immagine che mi sale in mente.

A volte mi attrezzo in combo, facendo in modo di avere un apparecchio digitale e uno o più analogici. Altre volte mi concentro sull’analogico, e allora spesso porto con me la Canon AT-1 e una piccoletta, che può essere la Diana Baby oppure anche la Mini. Altre volte alla Canon accompagno una macchina da testare, per esempio una appena acquisita, oppure una macchina con pellicola di altro formato o altra tipologia. In linea di massima quando sono in viaggio mi piace avere più possibilità espressive: da un lato ho la Canon che mi dà più sicurezza mentre l’eventuale resto dell’equipaggiamento è più destinato a sperimentare e giocare. A volte però sono combattuta con la voglia di viaggiare leggeri in senso reale e metaforico, e portare con me l’essenziale, in modo anche da avere un numero di scatti limitato che permetta di ponderarli e valorizzarli diversamente, che è appunto uno degli aspetti per me significativi della modalità analogica.

© Silvia Laddaga

Chi sono gli artisti che segui e da chi-cosa trai ispirazione per le tue foto?

Devo dire che non ho molti riferimenti altolocati, spesso anzi trovo fonte di ispirazione curiosando nei profili di persone sconosciute o anche in ambiti non prettamente fotografici. Un nome importante che però mi ispira e affascina da morire è Luigi Ghirri. Quei colori particolari, la composizione dell’immagine e i giochi di geometrie…I suoi scatti per me sono ammantati di un’allure quasi metafisica, trasportano in atmosfere rarefatte, spesso malinconiche, lasciando serpeggiare sottopelle una sorta di desolazione, che mi richiama alla mente De Chirico e Hopper, due pittori che mi piacciono moltissimo e il cui stile sento che in qualche modo ha influenza anche sul mio gusto fotografico.

Da un po’ di tempo infatti ho trovato che mi piace molto giocare con gli elementi dell’ambiente combinando colori e geometrie per andare a comporre fotografie dall’effetto grafico, quasi come se dipingessi con la macchina fotografica. Rispetto a questo ho trovato ispirazione anche in uno dei vari gruppi di fotografia analogica che seguo su Facebook, si chiama “New Topographics - Film Photographers”, vi si possono trovare degli scatti per me davvero interessanti…fateci un giro.

Con il ritratto mi sono ancora cimentata poco, ma ci sono due fotografe, scoperte casualmente durante i miei vagabondaggi in rete, che lavorano con la pellicola e il cui stile mi attira molto. La prima è Ani Buero: trovo i suoi scatti semplicemente fantastici, sia per le tinte e per la grana o la patina matte che spesso vi compaiono, sia per le idee compositive e i soggetti scelti. La seconda si chiama Magdalena Szczoczarz e del suo stile mi piacciono in particolare le atmosfere un po’ cupe e misteriose e il ruolo dell’elemento naturale.

Infine, una menzione speciale va al libro edito da Taschen “Midcentury Memories: the Anonymous Project”, che mi sono recentemente regalata. Si tratta di una raccolta di diapositive anonime, spaccati di esistenza misteriosi e affascinanti, ritraenti attimi di vita di persone sconosciute, che mezzo secolo fa hanno lasciato inconsapevolmente una loro traccia nella scia della Storia…Trovo che questo libro regali un’occasione per riflettere sulla fotografia e sul suo uso, anche da un punto di vista più filosofico e antropologico, senza bisogno di una parola, semplicemente attraverso le immagini che raccoglie…lo confesso, sfogliandolo mi sono anche un po’ commossa.

© Silvia Laddaga

Per questa serie hai utilizzato la nostra pellicola Color Negative 400 ISO scaduta. Su quale macchina l'hai testata? E come mai la scelta di utilizzare una pellicola scaduta?

La scelta di questo rullino è in parte voluta e in parte casuale. Infatti da un lato, negli anni in cui avevo appena scoperto Lomography acquistai parecchie pellicole, in particolare di formato 120 dal momento che scattavo soprattutto con Diana; poiché tendo ad andare un po’ a periodi successivamente utilizzai soprattutto 35 mm e così diversi rullini 120 rimasero per molto tempo parcheggiati nel cassetto in attesa del loro momento di gloria.

Dall’altro lato sono totalmente affascinata dalle tinte inaspettate e dalle atmosfere polverose e oniriche che le pellicole scadute spesso regalano alle immagini che vi restano impressionate (vedi il mio album “granny roll” in cui ho utilizzato una pellicola Agfa acquistata ad un mercatino scaduta nell’83!). Perciò una volta fatto il punto dei rullini rimasti, decisi di lasciarli lì ad invecchiare ancora un po’, come vini in una cantinetta in attesa di essere gustati. E fra l’altro il bello è che dopo un po’ di tempo mi dimentico delle pellicole che ho e quando poi vado a curiosare nella scatola è ogni volta una sorpresa.

Per quanto riguarda la macchina fotografica invece, ho utilizzato una Rolleiflex Wide-Angle, che i miei genitori mi hanno regalato al conseguimento della mia laurea magistrale. Ha per me un valore affettivo enorme. È un apparecchio affascinante, splendidamente meccanico, massiccia, complessa, e non proprio intuitiva da usare…se guardate, è esattamente quella con cui sto armeggiando nella mia foto profilo! Insomma nutro nei confronti di questa macchina piuttosto rara un timore quasi reverenziale, perciò pur possedendola da diverso tempo l’ho ancora sperimentata poco, ma è nei miei piani futuri esplorarla di più.

Qual è stata la tua reazione quando hai visto i risultati di questa pellicola scaduta?

Eh, diciamo che proprio non me l’aspettavo, ma d’altra parte, anche l’imprevedibilità è un risvolto dell’anima genuina dell’analogico. Inizialmente ero un po’ preoccupata perché temevo che dipendessero da un malfunzionamento della macchina, ma anche se non ho ancora ben capito a cosa è dovuto questo risultato (e ogni suggerimento in merito è molto ben accetto!), mi pare di poter escludere che sia da attribuire all’apparecchio fotografico. Lì per lì non ho colto il potenziale estetico di queste immagini: gli scatti di quel giorno al mare erano “rovinati” e così sono rimasti archiviati per diverso tempo…Finché un bel giorno mi sono tornati sottomano e li ho visti con occhi diversi, rimanendone affascinata: non erano più fotografie rovinate dai codici della pellicola, bensì immagini dalla natura composita, commistione di fotografia, simboli ed elementi grafici, una composizione in cui, per dirla gestalticamente, l’insieme che ne emergeva era più della somma delle singole parti.

Quando un errore tecnico secondo te, si tramuta in capolavoro?

Molto interessante…Secondo me entrano in gioco vari fattori. Sicuramente il caso fa la sua parte: per esempio quando si verificano infiltrazioni di luce si possono originare dei risultati visivi molto potenti, anche se totalmente fortuiti. In generale però penso che sia l’occhio di chi guarda ad essere pronto o meno a cogliere in quel momento il potenziale estetico di quell’immagine, un po’ come è successo a me con gli scatti di “numbers”. Certe volte l’errore è un errore di funzionamento, dovuto all’apparecchiatura, altre volte non si tratta in realtà di errori, ma semplicemente di scelte, connesse a priorità diverse di chi scatta la foto: a me è capitato di trovare evocative e meravigliose delle fotografie fuori fuoco…tecnicamente è un errore? Sì, ma chi ha scattato ha fatto quella determinata scelta per esprimere una particolare idea o un particolare stato emotivo. Oppure…gli è solo andata di lusso, perché in ogni caso, siamo noi osservatori che mettiamo poi in quell’immagine parti di noi e dei nostri vissuti, vedendoci qualcosa di altro e di più ricco che fa vibrare le nostre corde interiori, facendocela definire un capolavoro.

Dove porterai la tua fotocamera preferita non appena si potrà tornare a viaggiare?  

Ah che bella domanda, in un momento particolare come questo qualsiasi luogo anche dietro l’angolo acquista il fascino di una meta esotica! In standby da mesi causa Covid19 ho in programma un weekend lungo a Ercolano-Pompei e dintorni, e certamente la mia Canon verrà con me. Ma non appena potremo riprendere a viaggiare in tutto il globo, il mio grande desiderio è fare un viaggio in California, che da sempre mi affascina, a trovare una mia carissima amica trasferitasi lì proprio prima del diffondersi della pandemia…e qui quanto ad equipaggiamento fotografico, conoscendomi, non sarà facile scegliere! Diciamo che sfrutterò questo tempo di attesa forzata per considerare, pregustare, scegliere e sognare.

© Silvia Laddaga

Seguite Silvia sulla sua LomoHome.

Scritto da melissaperitore il 2021-03-10 in #gear #persone

4 Commenti

  1. leoelle
    leoelle ·

    Originalissima! Complimenti...Arte nell'Arte !!

  2. laddy_s
    laddy_s ·

    Grazie! 🙏

  3. mari86
    mari86 ·

    Bravissima, complimenti!

  4. laddy_s
    laddy_s ·

    @mari86 ti ringrazio! 🙏

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